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Treni e ricordi

Foto di Riccardo Marchionni

Su #tuttoPIOMBINO "Treni e ricordi" di Gordiano Lupi, foto di Riccardo Marchionni

- — La stazione ferroviaria per me rappresenta qualcosa di più che un semplice luogo dal quale partire per poi fare ritorno. Ho vissuto per anni in una casa cantoniera lungo i binari, sono figlio di ferroviere, mi sono abituato allo sferragliare dei treni come una cosa ordinaria, il rumore dello scambio manuale era un momento di vita quotidiana e il passaggio in bicicletta del manovale addetto alle manovre scandiva le ore della giornata. 

Passavo molto tempo nel giardino della casa cantoniera di via del Chiassatello, uno spazio all’aperto che chiamavo giardino anche se il nome è troppo impegnativo, a leggere libri di Pasolini e Moravia quando faceva bel tempo, ma anche Pascoli, Cassola e Kundera, Sepulveda e Joyce, Verlaine e Rimbaud, i miei amori del tempo. Poi si cresce e si cambia, non si può passare tutta la vita a leggere le stesse cose, ma il ricordo rimane come il profumo di una dolce madeleine del passato. 

Il mio spazio all’aperto sotto l’acacia in fiore, intrisa di odori e sentori di primavera, provenienti dall’oleandro poco distante e dai due banani piantati da mio padre, era il luogo preferito dove preparare interrogazioni liceali, ma soprattutto esami universitari, ché al liceo ho sempre studiato poco, non ero un secchione, preferivo leggere romanzi. Ascoltavo musicassette di Vecchioni e De Andrè da un vecchio registratore Grundig, se ero incazzato con il mondo preferivo Francesco Guccini e Stefano Rosso, per i momenti di nostalgia sceglievo Venditti e De Gregori. Adesso le musicassette non esistono più, le ho dovute buttare tutte, ci sono gli mp3 da scaricare o i video su youtube. Mi sono adeguato - che altro fare? - ma la poesia non è la stessa, manca il fascino del possesso e l’attesa del disco desiderato, vinile o cassetta non importa, risparmiare il denaro che serve per avere un oggetto da ascoltare all’infinito.

Non divaghiamo, ché le digressioni sono un mio problema. Parlavamo di stazione ferroviaria, della mia stazione di Piombino dalla quale partivano accelerati per Piombino Marittima e per Campiglia, una volta al giorno persino un treno per Firenze, che si chiamava la Freccia dell’Elba. Una stazione che è andata scomparendo nel breve volgere degli anni, un giorno dopo l’altro, come in una vecchia canzone di Luigi Tenco, insieme al capostazione che viveva al piano superiore della palazzina, al posto di lavoro degli operai, alla mensa, alla sala d’aspetto, al deposito bagagli, alle docce e ai bagni pubblici. 

Ricordo le levatacce alle cinque del mattino per prendere un treno diretto a Pisa, ogni lunedì, per frequentare un’università che in fondo non mi è servita a niente, se non a trovare un lavoro basta sia, un lavoro che garantisce la sussistenza, ma non è capace di realizzare i sogni. Poi però mica è detto che i sogni non li abbia realizzati, il problema è averne troppi, volere sempre qualcosa in più di quel che si ottiene. In fin dei conti scrivo un sacco di libri su cose che m’interessano, il lavoro basta sia mi lascia il tempo di occuparmi della vita e delle cose che amo, di vedere buon cinema, leggere, scrivere, pubblicare autori, andare in giro per l’Italia per fiere del libro e presentare romanzi. Sogni, sì, sogni che svaniscono e che si stemperano, come un treno che sferraglia sui binari alle sei del mattino, carico di ragazzi che vanno incontro al futuro. E molti di loro non ci sono più, non cercano di realizzare sogni per colpa d’un destino assurdo. Tu che suonavi il piano, per esempio, e studiavi lettere moderne, come avrei voluto fare io, tu che mi raccontavi il futuro che non hai vissuto come se fosse stato un Notturno di Chopin, tu che sei finito nel binario morto della tua vita. Non ci sei più, come non ci sono altri, ma per il solo fatto che ti ricordo non sei assente, aleggia la tua presenza sulla mia vita, torna con prepotenza fuori dai fogli dei vecchi compiti in classe, esplode in un sorriso sincero. Pascoli avrebbe fatto di meglio, amico mio, lo sappiamo entrambi, ma spero che ti accontenterai del mio ricordo, di una mattina sul treno Piombino-Pisa, l’ultima mattina che ti ho visto prima di non avere più il coraggio di vederti, l’ultimo scambio di sogni prima che il treno prendesse una curva inattesa e terminasse la corsa in un binario senza fondo. 

La nostra stazione è ancora là, di tanto in tanto ci passo davanti con la mia valigetta del lavoro basta sia, mi rendo conto che non c’è più la venditrice di giornali, la vecchietta della mia infanzia che mi metteva da parte L’Uomo Ragno e I Fantastici Quattro. Non c’è più neppure il vecchio bar frequentato da giocatori di carte e bevitori di aperitivi a ogni ora del giorno, restano pochi taxi che si fermano per ripartire alla volta del porto e di Campiglia, autobus che fanno scendere passeggeri. Il treno è un ricordo del passato, una fantasia di ragazzini in attesa delle littorine marroni nelle fredde mattine d’inverno, un fantasma di vecchi incontri quando soffia il maestrale. Non si fanno neppure i biglietti alla stazione di Piombino, ramo secco della memoria, interludio tra il silenzio spettrale e un tempo che non può tornare. Tiro dritto verso il mio lavoro, non mi fermo neppure a osservare chi viene e chi va, evito di cadere nel trabocchetto dei ricordi. Preferisco pensare che tutto è come prima, magari domani prendo il treno per Pisa e trovo ancora il mio amico che mi racconta i suoi sogni, partendo proprio dal punto in cui si sono interrotti.

Gordiano Lupi
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