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Quel piano embrionale che tiene in scacco Piombino

Adriano Bruschi

Se l'era Cevital è finita si scoprano subito le carte di Jindal. Sul nuovo piano? Per Bruschi non basta un embrione di piano industriale

PIOMBINO — "In un paese normale, un'azienda che vuole rilevare una fabbrica, dopo un commissariamento governativo, dovrebbe presentare un piano industriale in cui spiega e dimostra quello che vuol fare", così Adriano Bruschi, noto esponente di Legambiente Val di Cornia, ha sollevato alcuni aspetti chiave relativi alle sorti dell'acciaieria di Piombino. 

Se da un lato il Ministero dello Sviluppo economico con una nota ha fatto capire che per Rebrab non ci sono più scusanti, non ci sarebbe al momento alcuna ufficialità rispetto a un'alternativa. E a questo punto il riferimento alle indiscrezioni relative al piano che avrebbe presentato Jindal al ministero dello Sviluppo economico è evidente (leggi l'articolo correlato).

"Quali sono i costi medi di produzione per i prodotti previsti: barre, vergella, rotaie, coils o quant'altro? Quali sono i prezzi medi sul mercato di questi singoli prodotti? Quali tendenze di costi e di prezzi sono prevedibili? Quale sarebbe il margine operativo netto? Questo ripagherebbe in un tempo ragionevole il costo degli investimenti necessari? Quale impatto ambientale e compatibilità con le scelte di indirizzo urbanistico?", queste sono solo alcune delle domande che dovrebbero essere al centro di questa nuova fase che si va delineando per lo stabilimento siderurgico. "Le risposte a questi interrogativi dovrebbero essere la parte fondamentale di un piano industriale, la base di ogni ipotesi e ragionamenti. - ha aggiunto - Se il progetto sta il piedi, cioè ha una sua fondatezza e sostenibilità. Non è neppure sufficiente, occorre che questi numeri e strategie siano verificati e certificati come attendibili. Altrimenti sono chiacchiere che servono ad alimentare altre chiacchiere, paure e ragionamenti fatti con la pancia".

"La contrapposizione tra il vecchio e il nuovo, tra l'ambiente e il lavoro, la paura del ritorno allo spolverino, la paura della disoccupazione di massa e la paura che si neghi una nuova economia. Insomma una spaccatura nella popolazione e nella classe dirigente della società. Io a questo gioco al massacro di contrapposizioni astratte non ci sto. Non mi accontento di un embrione di piano industriale chiedo un piano industriale che risponda alla domanda della sostenibilità economica e sociale, con i numeri della sostenibilità, corredato da studi e valutazioni di impatto ambientale e urbanistico. Alla politica chiedo di esprimere le proprie strategie del territorio, compatibilità fra attività economiche e miglioramento della qualità della vita dei cittadini, non voglio che si continui con l'urbanistica contrattata e l'accondiscendenza verso il padrone di turno", ha concluso.

Da più parti in questi giorni sono state lanciate richieste di coinvolgimento in questa delicata fase che sta attraversando lo stabilimento ex Lucchini. Atteso per la prossima settimana l'incontro al Mise.

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